Il progetto consiste in un'installazione multimediale volta a ricreare un paesaggio interiore fatto di memorie, influenze esterne e rielaborazioni interne, esplorando il rapporto tra corpo organico e corpo architettonico. Entrambi vivi, condividono il processo di mutazione, un susseguirsi di eventi che nel tempo segnano e riconfigurano la struttura delle cose. Così come i sistemi cellulari si moltiplicano e si distruggono all'interno di un corpo umano, così un corpo architettonico respira, espandendosi e contraendosi nel corso della sua storia.
All'interno della proiezione, divisa in due pannelli, forme organiche avanzano nello spazio come viste al microscopio; esse interagiscono con le tracce d'archivio del sito, il Convento di San Francesco. Le memorie fotografiche in questione diventano frammenti visivi deteriorati, solo parzialmente riconoscibili, soggetti all'attività erosiva che subiscono perpetuamente. L'architettura, tuttavia, non è una forma passiva, ma un oggetto vivo che beneficia di queste alterazioni, cambiando aspetto pur conservando sempre tracce della sua vita passata, arricchita da ogni trasformazione.
Le immagini proiettate sono interattive, sincronizzate con una colonna sonora. La traccia sonora evoca l'inquietudine dei cambiamenti in corso, soffermandosi sul suono della vita: il battito, il fluire delle cose. Il corpo dello spettatore si connette all'opera attraverso un'interfaccia imbottita: essa non deve apparire come un elemento domestico, quanto piuttosto come riflesso del concetto dell'opera audiovisiva.












