Sismografie di quartiere è un'installazione ambientale che mette in relazione materia, memoria e trasformazione. Un lavoro denso e stratificato, attraversato da tensioni e contraddizioni, che non offre risposte ma apre interrogativi.
Il progetto nasce da una fotografia d'archivio conservata presso il Museo del Novecento di Bergamo, che documenta la demolizione della fabbrica Zopfi negli anni Settanta. Quell'evento ha segnato una rottura profonda nella storia del quartiere: non solo la trasformazione fisica di un luogo, ma la perdita di un sistema di relazioni, identità e vita collettiva. L'immagine delle macerie diventa così una soglia attraverso cui riflettere sulle trasformazioni imposte e sulle loro conseguenze nel tempo.
L'installazione si compone di un unico cumulo di macerie, all'interno del quale crescono piante spontanee. Il mucchio assume la forma di un organismo instabile, un campo di forze contrapposte in cui materia inerte e vita coesistono in tensione costante. La maceria diventa il segno di un trauma che continua a esercitare i suoi effetti nel tempo. L'opera evita ogni retorica del rinnovamento, mantenendo aperta l'ambiguità tra rigenerazione, adattamento e persistenza del trauma.
Un elemento sonoro accompagna il lavoro come dispositivo percettivo e relazionale. Il suono non descrive né guida, ma attiva una condizione di ascolto. Attraverso cuffie che emergono direttamente dal cumulo, l'ascolto si fa intimo e raccolto, simile a un'auscultazione, come se lo spettatore fosse invitato a percepire il battito irregolare di questo organismo. Il suono non narra né rappresenta, ma suggerisce un corpo che reagisce e tenta di abitare un ambiente compromesso.
In Sismografie di quartiere il tempo non è lineare. Passato, presente e futuro si sovrappongono, rendendo incerta la posizione temporale del paesaggio: ciò che appare può essere un ricordo che riaffiora, una ferita che si manifesta nel presente o un'immagine post-umana in cui la vita cerca nuove forme di equilibrio.
Il riferimento al quartiere bergamasco è il punto di partenza di un movimento più ampio. Come una scossa sismica, il trauma iniziale si propaga verso l'esterno, aprendosi a questioni universali: il rapporto tra trasformazione urbana e ferite sociali, tra memoria e rimozione, tra distruzione e possibilità, tra vita e morte. L'opera non propone soluzioni, ma pone domande, lasciando allo spettatore il compito di navigare un paesaggio in costante vibrazione.
