INTERSCAPE rappresenta l'esito di INPA – International Network of the Polytechnics of the Arts, un'iniziativa di ampio respiro finanziata dall'Unione Europea nell'ambito dei fondi NextGenerationEU (PNRR) e coordinata dal Politecnico delle Arti di Bergamo.
Il progetto si fonda su un solido network accademico che vede la collaborazione di diversi Istituti nazionali di Alta Formazione Artistica e Musicale: Accademia di Belle Arti, Conservatorio di Musica «Luigi Cherubini» e ISIA Design di Firenze; Accademia di Belle Arti «Albertina» e Conservatorio Statale di Musica «Giuseppe Verdi» di Torino; Accademia di Belle Arti e Conservatorio di Musica «G. Verdi» di Ravenna; Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova. La collaborazione si è estesa a partner internazionali di rilievo, tra cui Universidad de Granada, Escuela Universitaria de Artes TAI Madrid, Hochschule Luzern (HSLU) e Academy of Arts Novi Sad.
Il percorso si è articolato in cinque fasi metodologiche: la →︎ ricerca teorica preliminare, la →︎ Summer School internazionale (luglio 2025), l'→︎ Autumn School (ottobre 2025), proseguita con la produzione delle opere attraverso consulenze individuali agli studenti nei mesi a seguire, la restituzione pubblica finale nell'ambito del →︎ TONO Festival 2026 e la pubblicazione del presente sito dedicato alla documentazione degli esiti.
Il progetto ha coinvolto quasi cento persone tra studenti, docenti e ricercatori, avvalendosi della supervisione di visiting professor di chiara fama come Brandon LaBelle, José Manuel López López, Fabian Panisello e Stefano Romano. L'intero progetto ha adottato un approccio di ricerca practice-based, in cui la pratica artistica e la produzione creativa sono state utilizzate come strumenti primari di indagine per generare nuova conoscenza teorica e critica.
Il progetto INTERSCAPE propone una riflessione sul paesaggio contemporaneo attraverso la pratica dell'interdisciplinarità. Al centro c'è la concezione di paesaggio come relazione, non un dato oggettivo ma ciò che emerge nella relazione tra uomo e ambiente, secondo la teoria della «traiettività» di Augustin Berque (2008). I →︎ progetti che ne sono derivati esplorano come suono e immagine possano incontrarsi e fondersi in spazi percettivi complessi, secondo la «condizione post-mediale» descritta da Rosalind Krauss (1999) in cui l'ibridazione tra i linguaggi può generare un'inedita forma di conoscenza. Lo spettatore non è destinatario ma partecipante: l'ascolto e la visione si integrano in una fenomenologia dell'esperienza in cui il paesaggio emerge come campo di tensioni, tra memoria e trasformazione, natura e artificio, umanità e territorio. Ciò che accomuna i diversi lavori è l'attenzione ai processi piuttosto che agli esiti, alla costruzione di dispositivi percettivi piuttosto che alla produzione di oggetti autonomi. Il paesaggio diventa allora uno spazio di indagine condiviso: un terreno in cui le competenze specifiche di ciascuna disciplina si mettono al servizio di una conoscenza che può emergere solo dall'incontro tra i sensi e il reale.
Il paesaggio è stato assunto come oggetto di indagine nelle sue molteplici dimensioni: sonora, visiva, antropica, naturale, storica e futura. La ricerca si è articolata lungo tre assi tematici: Scopic/Soundscape (il rapporto tra suono e immagine), Uncontaminated/Urban (le relazioni tra natura e città), Historyscape/Futurscape (la stratificazione storica e le possibili evoluzioni). Ciascun asse ha costituito il campo di lavoro di un gruppo di ricerca interdisciplinare, composto da docenti e ricercatori delle istituzioni partner italiane, che nella primavera-estate 2025 ha prodotto un documento teorico di orientamento, comprensivo di saggio sullo stato dell'arte e bibliografia ragionata, a fondamento concettuale di tutte le fasi successive del progetto.
Il paesaggio si configura oggi come un campo di battaglia semantico, un punto di intersezione dove convergono ecologia, sociologia e tecnologia, imponendo una radicale ridefinizione del posizionamento dell'uomo nel mondo.
→︎ Scopic/Soundscape indaga il superamento del primato della vista a favore di una percezione multisensoriale. Se l'immagine tende a distanziare l'osservatore dal soggetto, il suono lo avvolge, trasformando il paesaggio in un'esperienza immersiva e relazionale. L'identità di un luogo viene così rimodellata dall'inquinamento acustico o dal silenzio, definendo un'ecologia sonora in cui il suono funge da indicatore della salute di un ecosistema. Raymond Murray Schafer (1977) ha sistematizzato il concetto di soundscape, elaborando una teoria dell'ecologia acustica in cui il paesaggio sonoro costituisce un campo di relazioni tra l'uomo, il suono e l'ambiente. Questa dimensione relazionale non riguarda solo il paesaggio vissuto, ma si estende alla sua rappresentazione: Michel Chion (1990) ha mostrato come, nell'esperienza audiovisiva, il suono non si limiti ad accompagnare l'immagine ma ne trasformi radicalmente la percezione attraverso il meccanismo della sincresi e il cosiddetto «valore aggiunto». Scopic/Soundscape abita precisamente questa soglia — tra il paesaggio sonoro come realtà ecologica e il suono come strumento di costruzione percettiva e rappresentativa.
Alfonso Alberti, Marco Ligabue, Giulia Mengozzi, Roberto Neri, Umberto Pedraglio, Pasquale Savignano, Gabriella Sborgi
→︎ Uncontaminated/Urban esplora la porosità del confine tra l'ambiente antropizzato e ciò che definiamo, spesso semplicisticamente, natura «incontaminata». Nell'era dell'Antropocene, l'idea di una natura selvaggia si rivela un mero costrutto culturale: il paesaggio urbano non ne è l'antitesi, bensì una sua forma modificata. È necessario allora spostare lo sguardo, come suggerisce Gilles Clément nel Manifesto del Terzo paesaggio (2004), verso le aree abbandonate, le feritoie urbane, i bordi stradali: spazi che sfuggono alla gestione umana e diventano luoghi d'elezione per la biodiversità e la resistenza ecologica proprio perché non rientrano in nessuna delle due categorie, né ‘natura’ né ‘città’. Questa riconfigurazione dello sguardo implica però anche una critica più radicale: finché continuiamo a pensare la natura come un altrove sublime da preservare — ciò che Timothy Morton chiama ecomimesis — rischiamo di ostacolare il pensiero ecologico invece di alimentarlo (2007). Uncontaminated/Urban assume entrambe le sfide: ampliare il campo di ciò che consideriamo ecologicamente rilevante e decostruire le categorie estetiche che ne limitano la percezione.
Veronica Caciolli, Pietro Millefiore, Alessandra Pioselli, Anna Maria Storace, Gianmario Strappati, Marco Tognetti
→︎ Historyscape/Futurscape interpreta il paesaggio come un palinsesto, dove la dimensione storica non è un museo statico ma un organismo vivo in costante divenire. La sfida del Futurscape risiede nella resilienza: come evolveranno i territori di fronte alla crisi climatica? La riflessione si sposta sulla capacità di trasformazione della stratificazione storica: le nostre rovine diverranno spettri di un passato perduto o spunti per una nuova evoluzione? Marc Augé avverte che il presente ipermoderno produce solo macerie, frammenti che non hanno più il tempo di sedimentarsi in rovine, di farsi storia (2003). È proprio contro questa erosione della profondità temporale che Historyscape/Futurscape si pone: restituire al paesaggio la sua stratificazione come condizione di possibilità per immaginare il futuro.
Marina Brancato, Giuseppe Previtali, Stefano Romano
L'intreccio di questi tre assi rivela che il paesaggio non è un oggetto da osservare, ma un processo relazionale in continua tensione. Abitare il paesaggio oggi significa saper leggere le tracce del passato non come vincoli, ma come basi per una progettualità futura resistente. Solo attraverso una visione che sappia integrare la dimensione acustica a quella urbana e storica è possibile ricomporre la frattura tra uomo e ambiente, trasformando il territorio da semplice scenario a spazio consapevole di coesistenza.
L'allestimento della mostra, a cura di Bianca Trevisan e Daniele Maffeis con programmazione musicale di Umberto Pedraglio, è stato concepito perché il momento espositivo e il momento performativo non fossero separati ma generassero un ambiente immersivo in cui l’installazione visiva e le performance sonore coesistessero. La mostra si è distribuita tra la GAMeC — Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo (Spazio Zero), Palazzo della Libertà e l'Accademia di Belle Arti Giacomo Carrara, che ha ospitato in particolare l'esecuzione delle composizioni inedite degli studenti INTERSCAPE, dirette dal M° Fabian Panisello.
I →︎ trentuno progetti mostrano approcci diversificati al tema del paesaggio, sviluppati attraverso un'interazione costante tra dimensione visiva e sonora. L'aspetto caratterizzante risiede nel metodo adottato: musicisti e artisti visivi hanno lavorato in sinergia fin dalle fasi iniziali, dando vita a opere in cui le due componenti sono cresciute in modo parallelo e interdipendente. In questo contesto, l'interdisciplinarità non si configura come un semplice accostamento di linguaggi, ma come un'effettiva integrazione di pratiche e competenze che si ramifica in diversi percorsi d'indagine. Il neologismo INTERSCAPE del titolo è nato dalla fusione tra landscape (paesaggio), interdisciplinarità e dimensione internazionale: una sintesi che riflette l'apertura verso nuovi orizzonti creativi e geografici.
Una parte significativa della ricerca si concentra sul paesaggio come costruzione interiore, dove la memoria diventa uno spazio percettivo esplorato attraverso materiali trasparenti e composizioni sonore che evocano frammenti e dissolvenze. L'architettura domestica si fa metafora di stati emotivi — richiamando la lezione di Gaston Bachelard ne La poetica dello spazio (1957) sulla casa come custode dei sogni — mentre il suono lavora su silenzi amplificati per rendere udibile il processo stesso del ricordo.
L'analisi si sposta poi verso il paesaggio urbano inteso come palinsesto: alcuni progetti rileggono luoghi specifici di Bergamo attraverso installazioni che invitano a una visione stratificata del territorio, dove la città non è sfondo ma memoria sedimentata, un «fatto urbano», secondo Aldo Rossi (1966). Il rapporto con l'ambiente naturale viene invece esplorato assumendo ecosistemi quali foreste o forme cellulari come modelli di organizzazione complessa: attraverso sintesi granulare e field recordings, i progetti interrogano la tensione tra controllo umano e trasformazione spontanea, lavorando con e sul paesaggio sonoro come campo di relazioni da ascoltare (Murray Schafer, 1977). La dimensione temporale emerge come asse trasversale: il tempo è trattato come materia espressiva, reso manifesto da processi di erosione e loop luminosi che evocano l'ineluttabilità dei cicli naturali e il decadimento della materia.
L'indagine non poteva trascurare la memoria politica e l’iscrizione ideologica dello spazio. Interrogando le architetture di epoca fascista e i simboli del potere, alcuni lavori rendono percepibili le forme di controllo sedimentate nelle strutture urbane. In tale prospettiva, la dimensione sonora agisce come sonic agency (Brandon LaBelle, 2006, 2018), capace di infiltrarsi nelle maglie dell'urbanistica per negoziare i confini tra pubblico e privato e dar voce a tensioni sociali sommerse. I progetti portano alla luce ciò che i processi di normalizzazione tendono a rendere invisibile, restituendo all'arte la sua funzione di decostruzione del reale e di riappropriazione acustica dei luoghi della collettività.
Bianca Trevisan e Daniele Maffeis
G. Agamben (2006) Che cos'è un dispositivo?, Nottetempo, Roma.
M. Augé (2003) Rovine e macerie. Il senso del tempo, trad. it., Bollati Boringhieri, Torino, 2004.
G. Bachelard (1957) La poetica dello spazio, trad. it., Dedalo, Bari, 1975.
A. Berque (2008) Pensare il paesaggio, trad. it., Mimesis, Sesto San Giovanni, 2022.
N. Bourriaud (1998) Estetica relazionale, trad. it., Postmedia Books, Milano, 2010.
M. Chion (1990) L'audiovisione. Suono e immagine nel cinema, trad. it., Lindau, Torino, 2001.
G. Clément (2004) Manifesto del Terzo paesaggio, trad. it., a cura di F. De Pieri, Quodlibet, Macerata, 2005.
M. Foucault (1967) Utopie Eterotopie, trad. it., Cronopio, Napoli, 2006.
R. Krauss (1999) L'arte nell'era postmediale. Marcel Broodthaers, ad esempio, trad. it., Postmedia Books, Milano, 2005.
B. LaBelle (2006) Background Noise: Perspectives on Sound Art, Continuum, New York.
B. LaBelle (2018) Sonic Agency: Sound and Emergent Forms of Resistance, Goldsmiths Press, London.
T. Morton (2007) Ecology without Nature: Rethinking Environmental Aesthetics, Harvard University Press, Cambridge (MA).
A. Rossi (1966) L'architettura della città, Marsilio, Padova.
R. M. Schafer (1977) The Tuning of the World, Alfred A. Knopf, New York.
R. Smithson (1996) The Collected Writings, a cura di J. Flam, University of California Press, Berkeley.
S. Voegelin (2010) Listening to Noise and Silence: Towards a Philosophy of Sound Art, Continuum, New York.
P. Weibel (2006) Post-media Condition, in AA.VV., Postmedia Condition, cat della mostra, Centro Cultural Conde Duque, Madrid.